Silence Pusher

dove si legge di parole a caso messe insieme in discorsi di senso compiuto da una studentessa cosentina a Roma.

Quando vai al supermercato e non sai cosa c’è in un barattolo di sughi già pronti, dici che è un sugo indie.
[Daniele]

Gli hipster sono una categoria inventata da quelli che scoprono le cose tardi.
[Lupictionary]

un finto noir. (reprise)

Il Cazzo.
Era più o meno questo quello che lei stava pensando in quel momento. Era la risposta giusta da dare, la soluzione universale ai problemi del mondo. Il Cazzo.

La roba, per esempio, non era facile piazzarla manco per il cazzo. Da mesi era ferma sempre nello stesso posto, un miracolo che fosse riuscita a mantenere il silenzio sulla cosa per così lungo tempo. Il problema, adesso, era che Jane stava ancora seduta su una chilata di merce senza che a nessuno venisse minimamente in mente un modo e una maniera pè levassela dai coglioni.

Il primo passaggio era stato il taglio. Errore madornale: affidato alle sorelle, alla più grande, e chi glielo doveva da dì che l’operazione poteva essere così pericolosa. 
-Con cosa la tagliamo?- era stata la domanda: acido acetilsalicilico, la risposta. Cazzo, appunto. Ma come, con tutte le soluzioni che si potevano trovare, il genio del male la voleva taglià con l’aspirina. Ma dico, siamo impazziti?
-E che cce vò, una via e due servizi. Metti, poi, che gliè fai pure ‘npiacere a sti tossici demmerda, gliè fai passà il mal di testa e il bruciore di stomaco.-

La febbre, le era salita la febbre. E pure aveva mandato quell’altra a comprare l’acido e aveva dato il via all’operazione. Aveva osservato la cucina riempirsi lentamente di bilancini, centrifughe, un mortaio e un distillatore di fortuna costruito dalla più piccola, che a studiare ingegneria meccanica proprio non vedeva l’ora di mostrare la sua abilità nella costruzione di pompe e affini; in realtà la piccoletta ce sapeva fà: aveva fatto il botto, una mattina, irrompendo nella stanza di Jane mentre sventolava euforica il progetto di una camera di combustione. Lei, a quei tempi ancora nei bassi ranghi, ovviamente alla prima ‘n c’aveva capito ‘ncazzo, si era limitata ad aprire la bocca in uno sbadiglio, stropicciarsi gli occhi e girarsi nel letto. Un secondo dopo, le sinapsi avevano registrato un impulso elettrico. Camera di combustione, il grande capo, il vecchio capannone a Testaccio. Tombola. Era saltata giù dal letto, aveva ficcato la piccoletta con forza nella doccia, s’era lavata i denti e vestita, lei l’aveva fatta acchittà e l’aveva portata dal grande capo in persona. Cosa fatta, capo a: la camera di combustione era diventata come lo Stargate, e quando la piccola l’aveva osservata con sguardo interrogativo, la sua bocca s’era piegata in un certo sorriso nello spiegarle che quelli che attraversavano il suo Stargate difficilmente riuscivano a tornare indietro. La piccina era inorridita per qualche secondo appena, le aveva preso le mani e s’era fatta abbracciare, per poi tornare saltellante nella sua stanza come se niente fosse, lasciandola senza parole in piedi nella cucina, le braccia lunghe lunghe sui fianchi. Il prezzo della genialità, s’era detta Jane. E una buona dose d’ingenuità, affatto imputabile all’età. La piccoletta era più grande di lei di un paio d’anni, ma era come se vivesse in un mondo tutto suo, fatto di espressioni adulte solo nell’occasione giusta, e di beata tranquillità per tutto il resto delle cose.

Adesso, Jane la guardava distillare l’acido per il taglio. Era come stare a guardare una bambina in un negozio di giocattoli. Faceva tenerezza, eppure Jane era colpita dall’estrema concentrazione con la quale gestiva la cosa. Vista dalla porta della cucina, quella scena poteva sembrare un quadro: la polvere si sollevava nell’aria assieme al caldo e ai fumi dell’acido distillato; la lampadina lasciava luci a bassa frequenza, l’atmosfera era quasi rassicurante. E le sorelle parlavano del più e del meno, come se stessero facendo la cosa più normale del mondo. 

In quei giorni le cose scivolavano via leggere, la questione più preoccupante -ammesso che fosse tale- era cercare di tenerne a parte l’altra ragazza, quella della stanzetta vicino alla porta. Una santarellina, una rompicoglioni di rare proporzioni, quella che alla domenica mattina passava pezzi di ore fuori dalla porta della sua stanza, indecisa se bussare o meno, mentre te sei nel pieno del sonno, e che quando si decideva sfiorava appena il legno con le nocche bianche nel timore di svegliarla. E Jane, che viveva di notti insonni e di un sonno leggero, le apriva la porta ogni domenica alle nove, per sentirsi ripetere sempre lo stesso invito: 
-Una buona giornata a te. Ti va di venire a Messa?-
-(Cristo) Sono in pigiama, ti ringrazio.-
-Il Signore cammina con noi.-
-Semmai ti raggiungo dopo.- 
Era così pura. E divideva la casa con una spacciatrice e le sue due pedine. Cazzo.
Jane si sentiva immensamente in colpa per questa cosa. Non era tanto il fatto di doverle nascondere la verità, ma la questione della convivenza che non la faceva dormire. Si trattava di spazi vitali, e ogni volta che la incontrava davanti al bagno lei si sentiva in colpa, cazzo, come se il suo tocco potesse inquinare tutto quello che l’altra avesse toccato.
Così, il servizio era stato fatto in un weekend franco. Lei era tornata a casa, Jane aveva piazzato la roba sul tavolo, le sorelle s’erano rimboccate le maniche. 

L’idea dell’acido era stata formidabile per i primi tre giorni. Quelli in cui la porti in giro e la offri a quelli del giro. Che la prendevano per roba di alta qualità. Il che, in linea di massima, non era manco troppo sbagliato. Era na chilata de gallette seria, in fondo.
Fatti gli accordi, Jane se la trovava praticamente tutta piazzata. Quella sera era passata in pasticceria e aveva ordinato una torta, senza lattosio, l’aveva portata a casa, e l’avevano mangiata tutte e quattro.
La santarellina le aveva chiesto cosa si festeggiasse. Lei aveva risposto solo che gli voleva bene; l’avevano mangiato tutto, il millefoglie; erano salite in terrazza, e avevano aspettato l’eclissi. Avevano giocato a carte, Jane aveva fatto vincere le ultime quattro partite alla santarella, erano ridiscese ed andate a nanna. Dopo mesi di notti insonni, lei aveva dormito cristianamente.

Il giorno dopo, alle nove del mattino, era squillato il telefono.
Uno squillo, due squilli, tre squilli, niente. Si era alzata lei, aveva sollevato la cornetta praticamente in coma, e il sangue le si era gelato nelle vene. Le altre l’avrebbero sentita imprecare qualche secondo dopo. 
-Cosa succede?-
Jane aveva spinto la santarellina nella sua stanzetta vicino alla porta, girando la chiave nella porta e continuando a ignorare le grida di spiegazione di lei. Alle altre avrebbe detto di inventare una scusa, impacchettare qualche cosa e andarsene a stare da n’amica.
Il pomeriggio del giorno precedente, aveva lasciato un “regalino” al figlio del gran capo, che se l’era calato tutto prima di una cena di famiglia: lì, mentre rivelava incredulo allo zio di come il mal di stomaco fosse completamente e miracolosamente scomparso, era stramazzato per terra.
Il resto l’avevano fatto un paio di usignoli.
Il capo l’aveva mandata a prendere.

Jane le aveva salutate in fretta. La piccola e la santarella c’avevano le lacrime agli occhi. Le aveva abbracciate, e aveva detto loro che sarebbe andato tutto bene. Le aveva viste entrare nel taxi dal balcone del sesto piano.
Dopodichè, aveva preso una valigia e c’aveva buttato dentro tutta la roba. Aveva sistemato una sedia in mezzo al corridoio, a un metro dalla porta, e sotto la sedia aveva messo la valigia.
Adesso, aspettava, seduta. Il ferro in mano.

Nel giro di dieci minuti s’era aperta la porta. Di fronte a lei, un uomo alto e slanciato, con le mani nelle tasche di un completo beige.

-Dobbiamo parlare.- le aveva detto. Lei non lo aveva mai visto.

-Seduta. Io sono C.- 

un finto noir. (gallette elettorali)

C’era poi quella questione del recupero. L’ennesima rogna da affrontare in una settimana infernale, pensava lei, schiacciando il mozzicone dell’ultima sigaretta col tallone sinistro.

La città si era risvegliata sotto un accenno di sole estivo, ma rimaneva ancora scossa da un freddo vento di tramontana; troppo presto per girare in maniche di camicia, troppo tardi per girare appena più coperti. Bel tempo di merda, e Jane era sicura che la grande città ne godesse a vederli camminare per le strade come piccole formiche corrucciate, bocca e occhi chiusi mentre attraversavano i nuvoloni di polvere e spazzatura sospesi nell’aria.

Nascosta alla vista lungo la pista ciclabile sotto il ponte della tangenziale, faceva il quadro della situazione. La roba gliel’avrebbero dovuta procurare direttamente dall’alta Calabria, se non fosse che, per la prima volta nella vita, la famiglia non sapeva che pesci prendere. Le telefonate s’erano fatte lunghe e ripetitive: “No,mamma,non sto bene…si,mi manca qualcosa…si,ci vorrebbe più organizzazione”. D’altra parte, la disattenzione era più che giustificata. Nella sua città d’origine la politica portava il vento del cambiamento, oltre a un carrozzone carico di candidati che spuntavano ovunque, come funghi dopo un pomeriggio di pioggia. E come funghi erano vavusi, bavosi, sbavavano alla vista di un voto potenziale, agognando più che lo scranno comunale qualche soldo di più nella sacchetta. 

Accadevano cose strane: una parte della città era sempre più sporca, l’altra veniva tirata a lucido con la promessa di urbanistica d’assalto e tecnologia. S’intensificavano le vasche, che era il modo in cui i cosentini chiamavano l’andirivieni lungo l’isola pedonale del cuore commerciale della città, così che il povero Mazzini, più che un’arteria urbana rilevante, sembrava si trovasse dedicata una piscina. Si moltiplicava l’attività di pierraggio, c’era il silenzio elettorale e i santini continuavano a circolare come pizzini. Nei pochi giorni in cui era tornata, lei che non sapeva nuotare s’era lanciata a fare una vasca, e di lì aveva osservato il sostrato sociale tutto di una comunità calabrese qualunque. Aveva incontrato la borghesia cosentina in tuta e scarpette da tennis, la spilletta di un movimento politico alternativo appuntata gloriosamente sul petto come una medaglia. E lì, tentando di essere cortese, aveva chiesto come andava, ed era partito il pippone.
-Mah, diciamo che c’è uno spiraglio di cambiamento, ma lo scontro si fa duro. Del resto, quello che facciamo, lo facciamo soprattutto per voi giovani.-
Certo. E’ per voi giovani che dai cinquant’anni in su piazziamo il culo su una poltrona a fare il nulla, diceva il suo cervello, ma la sua bocca si fermava soltanto a “Certo”, convinta della totale inutilità di proseguire la conversazione, e si piegava in un sorriso di circostanza. 

Concentrata nella piazza stava invece una specie di borghesia piccola piccola, diciamo gli aspiranti, quelli che se la cavicchiavano perchè non erano poveri, ma non erano neanche ricchi a sufficienza per essere borghesi, eppure pretendevano di esserlo, e forse era per questo che si facevano amici dei borghesi veri, i figli buttati a giocare sulle scale del Palazzo degli Uffici e loro qualche panchina più in là. Le avevano scroccato una sigaretta, loro, quelli che non mangiavano per comprarsi le Hogan e vestirsi all’Hit Cafè, loro le avevano scroccato una sigaretta e anche là era partito il pippone.
-Sono uno peggio dell’altro, io deciderò stasera, ma quasi sicuramente il mio sarà un voto buttato, un voto di protesta.-
Stronzate. Gente che a quarant’anni mentiva a se stessa sulla propria incompetenza. 

Una folata di vento le aveva fatto volare la cartina dalle mani. Era logico che, in quel clima e in quelle condizioni la famiglia non avesse modo di pensare agli affari, ma la necessità fa l’uomo ladro, e la soluzione, in un modo o nell’altro, le si era presentata anche fuori sede.

Accadeva che una zia si trovava casualmente di passaggio nella capitale, per un corso d’aggiornamento a via Palestro. Si trattava di combinare un trasporto, insomma. Ma anche lì, aveva detto sfiga: la zietta era partita in anticipo, neanche il tempo di reperire il trasportato. Le prime bestemmie erano state soffocate da una telefonata, “che fretta c’è…la prendiamo qui…ti pare che non si trovi modo di fare un buon affare?”. E così era andata, e il carico si trovava adesso in un porto franco a via Lanciani. Ergo, si trattava solo di andarlo a prendere. Ergo, era un casino, perchè la cosa andava fatta in prima persona, e dove s’è mai visto che un capo si riduce a corrierino?!?

A Jane la storia del recupero diretto non andava proprio giù. Comunque era scesa borbottante sotto casa, in attesa di una telefonata. Certo, a Lanciani ci sarebbe potuta arrivare anche da sola, sfruttando il fedele travestimento della studentella sinistroide, e nessuno se ne sarebbe accorto. L’idea le si era affacciata alla mente assieme a un ricordo lontano: una festa di carnevale, alle scuole elementari, e una sua compagna che indossava un paio di anfibi, jeans strappati, una maglietta nera e una catena. 
-Da cosa sei vestita?- le aveva chiesto, intimorita, stretta nel kimono rosso che le aveva regalato sua zia. -Da punk- sarebbe stata la risposta. Hai capito: bastavano un paio di jeans strappati e una maglietta “Fesso chi legge” per essere punk. 

Le cicche ai suoi piedi si stavano seriamente moltiplicando, al contrario delle idee, asintoticamente tendenti a zero. Il che era francamente frustrante, perchè -in linea d’aria- il posto era vicinissimo.
Il pacco stava nella residenza romana di un affiliato alla famiglia. Er Mummio era una personalità di spicco dell’edilizia romana, e s’era offerto di mantenerlo al sicuro sotto al letto del figlio per qualche giorno: certo, il prelievo andava affrettato, era roba che scottava. Ma che ci andasse lei direttamente, era fuori discussione: si può mica girare in autobus con una chilata di gallette in una busta della spesa? E se becchi la Madama, che gliè dici, che una zietta apprensiva t’ha fatto la scorta a te che sei studente per levarti il pensiero della spesa? Manco per il cazzo.
Così Jane aveva dovuto arrangiare un corriere, un ragazzetto, no studente d’ingegneria, incaricato dell’incombenza a saldo di un vecchio debito, una storia di macchinette fotografiche, valli a capire sti giovani d’oggi, invaghiti dell’arte: era andata che Zero Carbonella -così si faceva chiamare perchè, non avendo voglia di studiare, ripeteva “proprio zero carbonella”- le aveva chiesto di procurargli una reflex digitale. E lei aveva provveduto. E aveva visto uno Zero Carbonella felice come un bambino profondersi in una valanga di ringraziamenti, chiedendole cosa avrebbe potuto fare per ricambiare. “A tempo debito”, era stata la risposta.

Solo che le cose non potevano essere facili e lineari. Niente nella vita è facile e lineare. Nel vedere il suo nome sul display del cellulare, a Zero Carbonella gli era preso un colpo: “Cazzo faccio mo?” si era chiesto, paventando persino l’ipotesi di non rispondere, solo che se non avesse risposto sarebbero stati cazzi. Amari.
Un lavoretto semplice: trasportare una busta da via Lanciani a quartiere delle Valli, evitando accuratamente il quartiere Africano. Che, si sa, là è pieno di sbirri e di curiosi.
Gliel’aveva spiegato davanti a un caffè in un bar di piazza Istria, per evitare il controllo della linea telefonica. Lui aveva azzardato una domanda.

-Cosa c’è nel pacco?-
-Gallette- si era sentito rispondere. Un brivido freddo gli aveva percorso la schiena.
-E’ uno scherzo.-
-Ho la faccia di una che scherza, secondo te?-
Non scherzava.
-Perchè io?-
-Perchè me pare che na volta m’hai chiesto na mano.- rispose, girandosi una sigaretta.
-E perchè sei pulito.-
Carbonella aveva finto di guardare da un’altra parte. E’ vero, le aveva chiesto una mano, è vero, aveva giurato di ricambiare, ma era storia passata, na cazzata. Trasportare un chilo di gallette non era uno scherzo, che cazzo si era messa in testa?
Lei se n’era accorta. Incollando la sigaretta alle labbra, aveva lentamente messo la mano in borsa levando la sicura al ferro.
-Non ci può andare qualcun altro?-
 Lei aveva pagato. Poi s’erano alzati per fare quattro passi. 
-Nun te facevo così cacasotto- gli diceva, mentre raggiungevano il motorino parcheggiato pochi metri più in là. -Ma d’altra parte, forse ti sto chiedendo troppo.-
L’iniziale inquietudine di Carbonella si stava lentamente sciogliendo, lei si era lentamente avvicinata, sorprendendolo con la canna del ferro che premeva sul fianco.
-Del resto,- aveva continuato -tu adesso sai che ce sta un pacco de gallette in mano mia, che te posso lasciare annà cò st’informazione, come se niente fosse?-
Una coppia di anziani veniva dalla parte opposta rispetto a loro. Lei gli si era gettata al collo, abbracciandolo in punta di piedi: era più grande, ma la differenza non si notava così tanto, era questione di mesi. E il ferro era scivolato ad altezza del petto.
All’orecchio, prima di staccarsi da lui stampandogli un bacio sotto al mento, gli aveva sussurrato che la roba ce l’aveva il Mummio, che si voleva mettere pure contro il Mummio lui?, che era un ragazzino, uno Zero. Uno Zero che sapeva troppe cose.

Erano passate un paio d’ore. Jane andava e veniva dal ponte alla sbarra che vietava l’accesso degli autoveicoli alla pista ciclabile. Da una finestra di via Val d’Aosta si sentiva una canzone degli Oasis. Sti froci d’inglesi. E Carbonella non si vedeva. Lei continuava a fumare nervosamente, avvolta nella sua giacca di pelle, tentando di passare inosservata. Tanto, alla fine, la zona era trafficata, e una persona in più si nota poco.
A casa, aveva cercato di definire i dettagli: tanto per cominciare, aveva contattato un assaggiatore. O meglio, un’assaggiatrice, la Cuoca, un palato fine per un carico fine, che le avrebbe consigliato come tagliarle e come accompagnarle. Dello smercio e di altre questioni amministrative se ne sarebbe invece occupata Satanasso: era la sorella della Cuoca, un soggetto pericoloso, una cosa piccola così che si credeva sto gran cazzo, con la testa piena di idee strane sui discorsi alla nazione e sul raggio della morte. Così a Jane sarebbe rimasto solo il consumo, pensava, tentando di mantenere la calma, perchè Carbonella ancora nun compariva all’orizzonte, e ndò cazzo stava Carbonella?!?

Nel frattempo, gli sforzi di non farsi notare erano andati allegramente a puttane: una vecchia signora, affacciata alla finestra di un piano rialzato, nel farsi i cazzi del mondo intero, aveva notato quella cosa nera sotto il cavalcavia, e aveva chiamato la Polizia. “Drogati”, aveva spiegato, e i coglioni avevano ceduto alle paranoie di una vecchia demmerda.
Vedendo accostare la volante, Jane ebbe un sussulto. Manco c’aveva il fero, quello stava sopra, nascosto nel cestino della biancheria. Gli sbirri, tutti impomatati, le si avvicinavano con fare di sfida.

-Documenti.-
-A Lei- rispose, sfilando la carta d’identità dal portafogli. Ndò cazzo stava Zero?
-Le braccia. - le intimò uno. 
-C’è qualche problema?-
-Le braccia. - ripetè l’altro. “Che, la riuscite a dire una frase in due?” gli avrebbe voluto chiedere. Con indolenza, sollevò le maniche della felpa. I coglioni cercavano buchi, ma soprattutto cercavano rogne. Le ispezionarono braccia, polsi e borsa.
-E’ pulita- disse il primo.
-Te credo, stavo a fumà.-
-Cosa fa da due ore sotto al ponte?-
-Aspetto un amico.-
Non avevano niente. Non avevano un cazzo di niente.

Fecero retrofront appena in tempo per beccarsi un vaffanculo.  

Un attimo dopo, spuntò Carbonella da dietro una curva.
-Quanto cazzo c’hai messo?-
-Scusa- porgendole la busta.

Il vento di tramontana si stava attenuando, e il sole si faceva più caldo.
-Hai visto, è stato facile.-
Lui, in silenzio.
-Sigaretta?-
-Ho smesso- le rispose.
-Ebbravo a Carbonella. Gajardo.-

Mentre metteva in moto per tornare a casa, si girò a gridarle -E stiamo pace, eh?-

Non avrebbe sentito la risposta, era già lontano.

Certo che stiamo pace. Siamo persone d’onore, noi. 

strenght.

“Le coppie si dicono non rimaniamo estranei o nemici. Ma non ci riescono quasi mai, non ci riescono quasi mai: neanche i meglio intenzionati ce la fanno quasi mai”.

Sei piani all’ingiù in ascensore, dopo mesi. Lei è scocciata e si guarda allo specchio, indecisa se evocare Joe a suo sostegno. Vince l’orgoglio, e un’ora in una stanza piena di gente alla quale non hai nulla da dire si rivela meno peggio di quanto pensasse.

Lasciare libero Joe. -Le chiavi ce le hai- gli diceva. -Puoi venire quando vuoi, lo sai.-

-Vado. Domani.-

Jane avrebbe lasciato presto la festa. La spocchia intellettuale era solo il suo vestito preferito. 

“La statistica afferma che, spesso, il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso che alla fine dirà di troncare.” 

Marianna salutista.

Marianna a jogging rende più o meno come Homer Simpson, e la carica iniziale dell’idea malata di andare a correre si perde praticamente nei primi venti metri, considerando che il genio vuole che la location scelta per il passatempo atletico sia il parchetto che costeggia l’Aniene sotto casa.

Primi dieci metri di corsa, entusiasmo a palla come i Daft Punk in cuffia, persino un sorpasso azzardato di una coppia di vecchietti a passeggio, e già ti rendi conto che la scelta delle scarpe è pessima: questo una frazione di secondo prima di realizzare che cosa stanno facendo le tue tette per effetto del movimento e prima della fitta lancinante alla milza. Rallenti, determinata a non fermarti, e ti sembra che tutti stiano guardando tutti proprio te, il che è perfettamente plausibile considerate le dimensioni; poi parte la seconda fitta alla milza, il respiro si fa più faticoso e la bocca si asciuga.

Razionalizzando, rallenti ancora e prendi una fantastica andatura da passeggiata veloce, così, per prenderti ancor di più per il culo: solo che sei arrivata alla fine del parco da un lato, e quindi torni indietro. Ripassi in mezzo alla stessa gente di prima fingendo palesemente di correre mentre ogni fibra del tuo corpo ti chiede pietà: dopo altri cinque metri effettivi di corsa, ti perdi il reggiseno o meglio, senti le tue rotondità che, in un moto di libertà rivoluzionaria, vanno completamente per conto loro, mentre tu tenti una manovra di contenimento che tradisca una certa nonchalance, e in realtà scopri il vecchio seduto sulla panchina ad occhi spalancati mentre hai la mano sotto la maglietta.

Dall’altra parte del parco, la pista ciclabile sembra morire nel nulla al di sotto del cavalcavia della tangenziale. La curiosità ti porta a spingerti oltre una parete di graffiti, dove l’asfalto diventa ghiaia e poi terra battuta, e poi ricomincia costeggiando la ferrovia. Girato il primo angolo, incontri lo sguardo di un signore che, chiudendo un cancelletto fatto con una vecchia rete di un letto, guarda con aria interrogativa te e la tua maglietta dei Sonic Youth; forse perchè ha appena letto una certa perplessità nei tuoi occhi, che si spingono sul roseto al di là del cancelletto. “Avrà visto passare altre persone”, pensi, e prosegui. C’è qualcuno che fa jogging, parecchie persone in bicicletta, una quantità mostruosa di moscerini, e il fiume a strapiombo al di là di una recinzione di legno assolutamente sgangherata. Volendo capire dove diavolo stai andando a finire, volgi la testa indietro per localizzare il tuo palazzo, e lo scopri particolarmente lontano, nonostante ti sembri di non avere fatto poi tutta questa strada.

Proseguendo da sola, mentre ti chiedi fino a che punto la tua possa definirsi spavalderia piuttosto che incoscienza, ti ritrovi praticamente in mezzo ad un canneto, e lì ringrazi che ci sia ancora un po’ di luce, perchè in assenza di sole e con un po’ più di nebbia ti saresti potuta tranquillamente aspettare di vedere il maglione a righe di Freddie Krueger; e d’altra parte, se pure con un po’ di sole in pieno tramonto, non ti stupiresti di scorgere Pennywise seduto su una panchina che ti chiede se vuoi un palloncino. 

Ricominci a correre, ti rincuori vedendo un po’ di altra gente, senti odore di maiali, vedi i maiali, la tua mente fa cilecca. “Dove cazzo sono?!? Sono uscita di casa? Non è che, come al solito, sono rimasta a dormire e sto immaginando di essere andata a correre?”. Provi a guardarti le mani, perchè Waking Life ti ha talmente tanto intrippato da farti provare ad accendere la luce o guardarti le mani, appunto, in ogni sogno che fai. Le mani le vedi, sei sveglia; e sei anche arrivata parecchio in là, cominci a non vedere più nessuno, e la pista ciclabile che ti fa da sentiero dei mattoncini dorati la vedi incunearsi in un passaggio al di sotto della ferrovia che, in quel momento e in quelle condizioni, non ti sembra il caso di intraprendere.

Torni indietro, e ti sei praticamente assuefatta al paesaggio; ti sembra sempre più di essere nei sentieri di montagna nei quali trascorri le tue giornate estive: solo senza pini, e senza lago. Vabbè. Ti distrae uno strano ronzio nelle cuffie, che aumenta sui Pearl Jam. Cerchi di capire cosa diavolo sia, agiti il tuo ipod, il ronzio aumenta, e con il ronzio arriva un moto relativo, uno spostamento d’aria che per poco non ti fa cadere faccia a terra perchè a due metri dal tuo braccio è appena passato un bestione di Eurostar Frecciarossa diretto dio solo sa dove. E lì scoppi a ridere, perchè te l’eri immaginato mezz’ora prima, e speravi proprio di poterlo raccontare.

Torni indietro, oltrepassi di nuovo il canneto, cominci ad intravedere di nuovo un po’ di gente a passeggio col cane, e un bellissimo ragazzo che corre -ovviamente- nella direzione opposta. Accenni per pura presunzione un poco di corsa, ma il caso vuole che tu l’abbia fatto dove la strada inizia ad essere leggermente in salita, per cui sei costretta a fermarti, ansimante, a metà. Lui passa, ti guarda, e scuote la testa.

Quando si dice il genio. 

hey, joe.

-Ti ricordi?-

Joe gironzolava per la stanza giocherellando con un mazzo di chiavi che portava appese al collo. Erano le chiavi delle case in cui lei aveva abitato negli ultimi tre anni.

Alla fine dei giochi, Jane se l’era portato in valigia per le vacanze. Vacanze: cinque giorni di lontananza dalla grande città, di cui probabilmente solo due di reale riposo. Diciamo che della cosa non se n’era reso conto quasi nessuno, a parte il cane, che si ritrovava adesso a dover combattere con ben due persone per dividere un letto singolo che occupava per il resto dell’anno. Jane, dal canto suo, rischiava ogni notte di finire per terra. E doveva interrompere continuamente i suoi sogni per lottare per uno spicchietto di coperta.

In cinque giorni a casa, Jane aveva fatto si e no tre pasti scarsi. Il logorio andava lentamente scemando, e la mattina chiacchierava con Joe mentre giocava con Sophie. L’aveva portato un po’ in giro per la città, anche il tempo andava migliorando: sorridevano spesso, adesso. E riflettevano assieme su quanto fosse paradossalmente sorprendente, quando è necessario un cambiamento, tornare al punto di partenza. 

La cosa bella della sua città è che era SUA. Jane camminava per la strada come se ne fosse la padrona assoluta, indicava di qua e di là, prendeva in giro l’abbigliamento delle signore con un po’ di anni più di lei, e anche le sue coetanee, che giocavano a vestirsi come le signore con un po’ di anni più di lei. Anche lui era più loquace del solito. 

Per trovare una persona con cui stare veramente bene, Jane se n’era dovuta inventare una: era così che Joe spuntava fuori quando lei ne avesse avuto bisogno.

-Ti ricordi?- le chiedeva.

Certo che si ricordava. -Certo che si.-

-Io no. Com’è che è andata?-

Era andata che lei l’aveva evocato in un pomeriggio di totale disperazione; il suo cervello, per qualche strano caso, aveva deciso di stornare una particina di razionalità, una particina piccola piccola, che di lui avrebbe preso forma. Joe era un perfetto replicante, guardava le cose dall’angolazione che lei non riusciva proprio a prendere in considerazione, nonostante sapesse benissimo che ci fosse. E per questo era anche l’interlocutore ideale, anche con lunghi silenzi, Joe si comportava esattamente come lei avrebbe voluto si comportasse. 

-La prima volta- rispondeva, accendendo una sigaretta -te ne stavi in piedi dietro la porta.-

-Me lo ricordo,questo.-, continuando a giocare con le chiavi. 

Jane lo osservava pensando a quanto fosse stata egoista in quel periodo. In fondo l’aveva creato con un carattere assolutamente identico al suo, stesse fissazioni, stesse nevrosi, stesse simmetrie. Praticamente, era lei. Per trovare una persona con cui stare veramente bene, Jane s’era duplicata in una versione maschile.

-Cosa facevo in piedi, dietro la porta?-

-Avevi una pistola in mano-

La guardò sorridendo. -E’ una canzone di Jimi Hendrix, quella. Non sono così fesso.-

Giusto. Fuori pioveva.

hey, jane.

L’insonnia sembra essere fattore comune nel quartiere, stanotte. Non fa freddissimo, e cercherò di descrivervi la scena al meglio delle mie possibilità.

Sul letto sfatto, un mucchio di vestiti aggrovigliati occupava lo spazio equivalente a quello che, idealmente, avrebbe potuto occupare la massa di una persona umana. Una fictio che Jane si era abituata a concedersi qualora durante la notte si fosse svegliata per ammortizzare il senso di vuoto che si poteva provare in un letto vuoto. 

E odore di bruciato.

Non era la prima volta che bruciava le sue fotografie. 

-Non si devono mai bruciare delle belle fotografie.- Joe la guardava, seduto sulla scrivania. -Te l’ho detto già una volta, oggi pomeriggio. Perchè buttare delle belle fotografie?-

-Mi fanno schifo.-

-Ti fanno schifo le fotografie.- le faceva eco, accendendosi una sigaretta.

-Non mi fanno schifo le fotografie.-

-Allora, perchè le hai bruciate?-

Joe era fatto così. Spuntava all’improvviso nei momenti meno indicati, si sedeva a fumare in un angolo della stanza, e non doveva neanche necessariamente dire qualcosa. Era capitato altre volte che arrivasse così, dal nulla, quando lei ne avesse avuto più bisogno: una specie di supereroe del cazzo, senza superpoteri del cazzo, però. Arrivava, si sedeva dove capitava e si fermava a guardare. Una volta era rimasto accoccolato sul pavimento per ore senza dire nulla, e se n’era andato facendo solo un cenno con la mano, quasi fosse venuto soltanto a fare un giro di controllo, per vedere se era tutto a posto. 

Altre volte non riusciva a tenere la bocca chiusa per un secondo, girava in circolo dentro quattro metri quadri canticchiando canzoni a caso, acchiappiava un libro dallo scaffale e cominciava a leggere ad alta voce, ed era bravissimo: riusciva a darti realmente la sensazione di stare nel mezzo di una giungla indiana, o su un treno, o seduto in un pub ad ascoltare Patti Smith che leggeva poesie. Era fottutamente bravo a leggere, e anche discretamente bello. Quando rideva, spostava la mandibola all’infuori, così che gli veniva una fossetta sull’estremità inferiore della guancia, appena sopra al collo: che era una cosa che la faceva impazzire, tra l’altro, e lui lo sapeva benissimo. Per questo continuava a fare il giullare, per moltiplicare all’infinito quel vezzo che sapeva l’avrebbe fatta sospirare. 

Appoggiando i piedi su un televisore ormai spento da mesi -che faceva più da ingombro che da arredamento- Joe aspettava una risposta. 

-Che ti ha fatto questo qua?-

Male. Non sapeva darne altra definizione.

-Non mi fa dormire.- rispose.

-Avrebbero potuto chiamare i pompieri, lo sai?-

-I pompieri?-

-Non è poi una grande idea fare un falò sul balcone alle cinque del mattino, mi sa.-

Incosciente. Completamente incosciente. Se qualcuno avesse chiamato i pompieri, che razza di spiegazione avrebbe dovuto dare? “No, scusi, è che mi hanno appena spezzato il cuore, ma giuro che è tutto sotto controllo.”. Porca puttana, l’incoscienza.

-Non si devono mai bruciare delle belle foto.-

No, ripetilo pure un’altra volta.

-Cosa vuoi che ti dica?-

-Hai ancora sonno?-

In realtà, si. In pratica, tra un paio d’ore Jane sarebbe dovuta uscire di casa per andare a lezione, quindi dormire non aveva molto senso.

-Mi passi una sigaretta?-

Erano almeno tre anni che non si vedevano. Da quando le sedeva accanto durante le prime ore di studio, per poi scoprirla a scarabocchiare a tempo perso, mentre la sua mente vagava altrove. 

-Hai detto che avresti smesso- le disse. -Stamattina.-

-Lo so.-

-Perchè hai bruciato le fotografie?-

-Perchè non volevo più vederle.-

-E non bastava nasconderle?-

-No.-

-Fa così male?-

Nessuna risposta.

-Vuoi che dorma qui con te?-

-Si.-

-Finisci di fumare.-

Fuori dal balcone, l’insonnia avvolgeva la quasi totalità del vicinato. E si sentiva ancora puzza di bruciato.

-La prossima volta, facciamo che le butti nella spazzatura. Se non altro, non rimane in giro st’odore del cazzo.-

don’t escape.

Ma insomma, si può sapere che volete da me? Io sono cresciuta a pane e punk rock, sono cresciuta arrabbiata, un cuccioletto urlante in silenzio, a quattordici anni ho preso il mio zaino rosso dell’Invicta e c’ho scritto “Noise” con gli stencil, poi me lo sono portato all’università, e giravo con le cuffie nelle orecchie tutto il giorno, e ancora lo faccio, e m’incazzavo quando non capivo gli studi di funzione, mi sono incazzata anche quando non capivo un cazzo di finanza aziendale, ma tanto alla fine sopravvivo sempre io, e non ho mai lavato la kefiah da quando l’ho comprata, e mi piacciono le camicie a quadri, le t-shirt e le mie Converse, strappate fino allo sfinimento, e ogni tanto quando sono da sola in camera urlo in playback appresso ai Bad Religion, e i miei capelli al naturale sono proprio grunge, e in discoteca coi fighetti non ci vado, e ogni tanto quando riascolto Nevermind mi viene voglia di spaccare tutto, e c’ho ancora i miei bracciali con le borchie, e m’incazzo perchè sono circondata da persone vuote, e allora vaffanculo, e non me ne frega un cazzo che la cravatta non si porta più, se me ne dice di metterla me la metto, e Sandinista! continua a farmi schifo, e non me ne frega un cazzo che la gente mi dica che sono strana, saranno strani loro, e non mi sono mai fatta problemi a dire tutto quello che pensavo, e non me ne frega un cazzo che mi metto sempre le stesse quattro cose, e non me ne frega un cazzo se le squinzie vestite di Burberry’s nella mia università si girano a guardarmi, almeno io non c’ho il vortice del vento nel cervello, e sono orgogliosissima di essere asociale, mo sai che ti dico?, divento antisociale, e lo so benissimo che sono una stronza, e c’ho una collezione di spillette che manco le vendessi io, e al mare non ci vado perchè mi fa schifo, e non me ne frega un cazzo che alla fine dell’estate sono bianca come un cadavere, e no, i tacchi non me li metto, voglio girare in jeans e maglietta, e foto demmerda non ne voglio fà, ti pigli la tua macchinetta compatta da due lire e le foto davanti al Colosseo te le fai da sola, e l’indie rock è diventato una puttanata da fighetti, e non me ne frega un cazzo che coi miei coetanei non ho un cazzo in comune, e tu sei un incoerente del cazzo, e non serve a niente che io ti spieghi che la coerenza non esiste, perchè nel momento stesso in cui tu dici di voler essere coerente con una cosa stai dicendo una stronzata, e sono nata bastian contrario, perciò preparati che non sarò mai d’accordo, e io almeno l’italiano lo so, e i Sex Pistols rimangono le Spice Girls del rock’n’roll, e vaffanculo.

chi arriva ultimo, è una gallina.

Quando erano piccoli, M. e suo fratello ridevano e giocavano a rincorrersi lungo la strada per dimostrare che nessuno dei due si meritasse l’appellativo di “gallina”. Credo fossero stati i loro genitori a tirar fuori l’idea geniale, quando ancora nessuno dei due si azzardava a proferire una cattiva parola, quando ancora erano entrambi pacati ed educati, cosa che avrebbero imparato presto a dimenticare. Seriamente, M. e F.M. erano stati educati rigorosamente dall’inizio, solo con le parole; di botte ne avevano prese relativamente poche, valeva molto di più una mortificazione, un silenzio o una parola che li avrebbero colpiti direttamente nell’orgoglio, una fermezza sulla quale, dal di fuori, si sarebbe scommesso molto poco anche quando l’equilibrio familiare apparisse evidentemente disturbato. Paradigma che, per entrambi, valeva non soltanto con i genitori, ma prima con le persone genericamente più grandi, e poi con le persone genericamente intese. 

Così M. e F.M. erano stati cresciuti abituandosi a smorzare le reazioni, fino all’età in cui il loro carattere si fosse completamente definito e loro fossero stati pronti a rispondere a sollecitazioni esogene ed endogene. Lì avevano preso strade diverse. Lei si sarebbe abituata ad ammaccare rancore, a tenere per sè le parole più importanti, a digrignare i denti e soffocare lacrime, ad immaginare conversazioni che non avrebbero mai avuto luogo, a convincersi di meritare di più e di non meritare certe cose che le accadevano intorno, belle o brutte che fossero, a reprimere un ego smisuratamente grande, ad autocommiserarsi per le cose di cui si privava e per quelle che si concedeva, volete seriamente che continui?Un carattere di merda. Lui, invece, era esploso. In un milione di direzioni, tra l’altro. E completamente all’opposto. Ciò che lei reprimeva, lui aveva lasciato saggiamente andare. Aveva fatto le cazzate giuste al momento adatto, col vantaggio di quattro anni, possedeva una leggerezza che lei, a momenti, avrebbe invidiato, e un’empatia che -questa sicuramente- avrebbe pagato per avere. Su alcune cose era stato più impulsivo, aveva fatto degli errori dove lei se l’era ragionata con più calma, ma era così, era andato avanti, tutti e due erano andati avanti, per conto proprio, erano andati avanti.

Allora avevano cominciato a dirgli che erano diversi. Era bastato avere reazioni differenti, e già avevano cominciato a dirgli che erano diversi. Le insegne luminose attirano gli allocchi, in realtà M. e F. erano più uguali che mai: stesso il piglio, la presunzione, la testa, cambiavano solo le reazioni. Quelle le avrebbero ritrovate un giorno quando, rincorrendosi, avessero voluto ricominciare a ridere insieme sul perdente, sulla gallina di turno.

e adesso che sei fermo, che vedi?

Il vuoto.

Da un po’ di tempo, M. aveva accettato di diventare un animale notturno. I pensieri migliori, le parole più intense, le emozioni più dense la inghiottivano nel buio, e lei dormiva sola in un grande letto vuoto, che per l’occasione si allestiva a scrivania, si riempiva di fogli, d’inchiostro, tabacco e caffè.

Con cadenza regolare, la vita di M. si era abituata ad osservare la comparsa di strani personaggi, con i quali lei non avrebbe conservato alcun legame, ma che sembravano capitare lì apposta per accennarle un qualche spunto di riflessione; giorni addietro M. si era trovata per caso a scrutare nei discorsi di A., e nei suoi pensieri sulla fragilità dei rapporti umani, sull’esercizio delle scelte più o meno consapevoli e sulle responsabilità che da tali scelte si originavano. Discorsi complicati, di quelli che lei non affrontava da non si sa quanto tempo, perlomeno non da sola, con qualcun altro. E nonostante lo spavento che A. le aveva causato, da quel giorno la sua testa aveva continuato a ronzare attorno a quei pensieri e a quelle parole.

Che le affinità elettive fossero una stronzata megagalattica, ormai M. ne era pienamente convinta da un pezzo, pur continuando a sperare nel contrario perchè

a)era una femminuccia

b)la speranza è proprio una bella cosa, il primo e l’ultimo anelito di quei ventun grammi che ci portiamo in corpo fino all’ultimo respiro e che i più romantici chiamano anima.

Il problema era che rimanere aggrappati ad una speranza è veramente cosa ardua, specie se gli eventi continuano a sbatterti in faccia un’evidenza contraria. E l’evidenza, come le aveva detto A., era che le persone vuote sono destinate ad essere felici, le persone piene sono destinate a rimanere da sole. Il paradigma, un po’ più articolato di questo e condito con una dose di misoginia spinta all’eccesso estremo, era inattaccabile in una maniera disarmante; lei stessa aveva trovato, in una frazione di secondo, una sequela interminabile di esempi perfettamente rispondenti, con le dovute eccezioni, certo, ma eccezioni che da sole non erano sufficienti a minare la stabilità della regola. Come altre volte M. si era chiusa nel silenzio della sua mente, tormentandosi in uno stato di distruzione psicologica praticamente totale.

At this moment -le dicevano le voci nella sua testa- you should be with us: feeling like we do, like you’d love to, but never will, again. 

Per tre giorni, M. aveva continuato a fare lo stesso sogno: percorreva, come d’abitudine nel cuore della notte, il sottopassaggio che rendeva casa sua un po’ meno fuori dal mondo collegandola al quartiere Africano, con passo spedito, ma con calma, un po’ perchè quel posto non le aveva mai fatto paura, un po’ perchè lei, in fondo, era sempre stata abbastanza incosciente nell’affezionarsi a posti potenzialmente pericolosi. Nel suo procedere in linea retta lungo la galleria, M. vedeva avvicinarsi le scale che l’avrebbero condotta sulla strada, ma continuava a non raggiungerle. E intanto pensava alla perfezione di quel ragionamento: in tempi non sospetti, M. si era convinta che la sua costante curiosità verso le cose del mondo sarebbe diventata la sua caratteristica distintiva, che avrebbe tirato fuori i suoi piedi dal fango, non so, probabilmente pensava che una cosa così poco comune le avrebbe potuto conferire un qualche fottuto alone di personalità. Cazzate del genere. Troppo cervello, troppo poco cuore. Esistenza, predicato e identità: belle presunzioni, a ventitrè anni, figurarsi a tredici o quattordici. E adesso arrivava lui, a dirle che tutto questo non serviva a un cazzo, e non c’era voluto manco lui, M. se n’era accorta da sola, ma continuava orgogliosamente e stupidamente ad aggrapparsi a quella convinzione e a camminare lungo una galleria spoglia e poco illuminata senza arrivare alla fine.

Sveglia, nell’esercizio della sua routine quotidiana, M. provava a lanciare il paradigma di A. nelle sue conversazioni quotidiane. E, tutte le volte, si sentiva rispondere che si trattava di un discorso assolutamente assurdo che, contestualizzato sul suo ideatore, ne tradiva la bruciante delusione per l’esperienza passata. E, tutte le volte, lei continuava ad avere la sensazione che i suoi interlocutori non si addentrassero a fondo nel problema. Si riaddormentava, e tornava a camminare lungo quella galleria, complice l’onnipresente suggestione musicale, chiedendosi cosa avrebbe trovato alla fine.

Il quarto giorno, spezzando la spirale di misantropia totale che l’aveva seguita fedelmente per recuperare un minimo di rapporto umano, M. aveva percorso quel tragitto da sveglia, raggiungendo la fine.

In cima alle scale, alle due di notte, solo umidità e vuoto.

E adesso che sei ferma, che vedi? Il vuoto, M. stava in piedi sulla strada.

good morning, dinosaur!

La mattina del sabato era così: un paio d’ore dopo avere spento la sveglia che le suonava ancora dagli esami alle 6:30, M. emergeva da un groviglio fatto di lenzuola e piumone rumeno, apriva -in ordine- la finestra e la porta e dava il buongiorno al corridoio. Cucina, caffè. La mattina del sabato era l’unica durante la quale lei prendeva posto a capotavola, faceva il primo tiro nei 20 secondi di accensione del suo Macbook, e poi si metteva a leggere il giornale. Nel frattempo si affacciavano le altre, che avevano già fatto colazione, e si sedevano lì a chiacchiere.

A M. mancavano le conversazioni intelligenti, ultimamente un po’ troppo spesso; così agognava il risveglio al sabato mattina proprio per mettersi lì, in cucina, a leggere il giornale e stuzzicare il suo cervello con qualcosa di diverso. La cosa bella è che in due metri per tre si parlava di tutto: lì si era parlato, per la prima volta, delle scappatelle di B., sfogliando per scherzo online anche qualche testata internazionale; adesso si parlava del Giappone, e la cosa si faceva meno divertente. Non è che al di fuori di quella cucina M. non facesse conversazioni intelligenti, cioè anche si, ma in quella cucina le cose si facevano dense di cultura, e questo le mancava. Era il motivo per cui avrebbe tanto voluto conoscere gente nuova, da conciliare con la sua recente misantropia.

Incontrare gente nuova significava, in linea teorica, imparare cose nuove e parlare di cose nuove. In linea pratica poteva anche significare vincere la noia del momento illudendosi di tutte le precedenti e ricominciare da capo una cosa che sarebbe finita esattamente come erano finite tutte le altre: davanti ad un tavolo, all’ora di pranzo, in un lungo e disarmante silenzio. Perchè non c’è più niente da dire.

Appena la sera prima, E. le aveva detto che loro non sarebbero mai rimaste senza argomenti di conversazione, ma questo M. lo sapeva già, perchè non erano loro il problema. Il problema erano gli altri, dai quali lei aveva dovuto cominciare gradualmente a disintossicarsi perchè l’avevano semplicemente spinta in uno stato d’inerzia insopportabile.

Nel suo essere come esplodere di noia, M. aveva ricominciato ad essere da sola.

kill it, kill it!!!

E poi c’era un ragazzo che M. osservava da settimane alla fermata dell’autobus, cuffioni AKG attaccati all’ipod, The Queen is dead accompagnata da una Camel Light alle nove della mattina. 

Ora, M. continuava, ancora a ventitrè anni, a fantasticare liberamente di fronte all’unico elemento capace di lasciarla in silenzio: lo faceva sempre quando vedeva una persona che la incuriosiva. Solo che in quel momento le sembrava di stare dentro ad una commedia romantica di quarta categoria.

a)-Ciaaaao,mi piacciono gli Smiths-

b)-Gli Smiths…- annuendo con fare vago e misterioso

c)-I Divine Comedy hanno fatto una gran cover di “There is a light….”-

No,no e no. Pessima idea. E poi erano gli Smiths. Avessi detto gli Stooges. Ecco, per uno che alle nove di mattina avesse ascoltato gli Stooges alla fermata dell’autobus, probabilmente lei sarebbe stata disposta a fare figure di merda di ogni sorta, ma qui erano gli Smiths. Lentamente, il solito cliché tornava nella vita di M.: i tuoi coetanei ascoltano gli Smiths, son tanto carini gli Smiths, anche i tuoi coetanei, ma di certo loro non ascoltano gli Stooges, gli Stooges li ascolta la gente che mediamente comincia ad avere sessant’anni, i tuoi coetanei li possono pure aver sentiti, ma probabilmente per sbaglio, che so, qualcuno gli avrà detto che esistono, ma non sono loro la rivoluzion(e). Questa era la parte razionale del suo cervello; quella irrazionale, in realtà, s’era già incazzata da un pezzo.

Gli Stooges M. li aveva visti a sedici anni, a Melpignano, in Puglia, un posto dimenticato da Dio, un paesello salentino con le vecchie sedute a fare l’uncinetto fuori dalla porta di casa. Sapeva solo Search and Destroy e TV Eye, per il resto era completamente vergine. Di quella sera avrebbe portato marchiata a fuoco nella sua mente e nel suo cuore I wanna be Your Dog. Ogni tanto M. spingeva al massimo il volume per ascoltare Funhouse:tutto, dall’inizio alla fine, a luce spenta. La migliore esperienza orgasmica di sempre. Da condividere con chi, con suo padre?, che poteva capire la portata dello sconvolgimento che Iggy Pop poteva causare? Con gli amici di suo padre? Ma magari anche no. Così, come tante altre cose, anche questa M. se la teneva per sè, continuando a non avere un cazzo in comune con la gente della sua età.

 Quel pomeriggio suo padre l’aveva chiamata in brodo di giuggiole per mandarle una cosa molto carina di Steve Wynn.

-Mi raccomando, non darla a nessuno.- 

-Papà, ma a chi cazzo la devo dà, chi vuoi che sappia tra i miei chi è Steve Wynn?-

-E, hai ragione anche tu.-

Appunto.

seven.

Una settimana soltanto, ed M. era stata capace di infrangere tutti i suoi buoni propositi. Tanto per cominciare aveva bevuto una birra. Eccheccazzo. E con la birra aveva mangiato patatine. Fanculo. E aveva sognato Uno.

Ricominciamo da capo.

Roma si trovava di nuovo sotto una cappa gelida, ed M. aveva scelto il suo nuovo soggetto da Horror Vacui; nel mezzo, però, cominciavano ad esserci le lezioni, le registrazioni, la stanza da mettere sempre in ordine, eccetera, eccetera, eccetera. 

Problema numero uno: da quando aveva iniziato a registrare le lezioni, praticamente M. non capiva più una mazza. 

Problema numero due: sopraggiungeva una inaspettata voglia di socialità con l’alfa privativo, una repulsione totale verso il genere umano. Il che, tutto sommato, non era completamente una cattiva notizia: il suo corpo cominciava a rispondere adeguatamente alla vista di Uno; non era ancora al disgusto, ma ad una discreta indifferenza era stata capace di arrivarci. Mentre pian piano prendeva le distanze, allo stesso tempo si sentiva pervasa da un senso di curiosità verso nuova gente.

Ecco qua. Mai una volta nella vita che fosse stata capace di essere coerente. Mentre riascoltava Unknown Pleasures per la milionesima volta, M. ripensava alle volte in cui sua mamma, con voce rammaricata, le aveva confessato il suo dispiacere perchè non era stata in grado di educarla ad avere più cose in comune coi suoi coetanei. Il che era oggettivamente vero, e nonostante lei si prodigasse in ogni modo nella ricerca di punti di continuità con la gente della sua stessa età, non ne usciva mai pienamente soddisfatta. Di questa caratteristica, sua madre e sua nonna ne avevano fatto il suo peggior difetto. Nonostante fossero passati circa dieci anni dalla prima volta, M. ancora si stizziva a sentirsi dire che era “strana”. Strana perchè, quando a tredici anni aveva cominciato ad uscire con C., passava con lei l’intero pomeriggio in biblioteca; strana perchè aveva cominciato a bere praticamente a diciannove anni; strana perchè non aveva mai fatto una stronzata che si potesse realmente dire tale; eccetera, eccetera, eccetera.

In realtà, come ogni persona normale sul globo terracqueo (lo diceva il suo professore,e anch’io lo trovo fichissimo benchè inesistente), M. era esattamente il prodotto di ciò che le era stato insegnato; anche perchè non è che ci sia molto da fare: le persone crescono nelle abitudini e nell’immagine di coloro che li circondano, e quando acquisiscono coscienza sufficiente per tracciare il proprio percorso possono decidere di seguire la strada o di intraprendere un cammino completamente opposto, tutto qua. Tutto ciò che rappresentava M. derivava direttamente dalla sua famiglia, scarsa socialità compresa, il prezzo (forse troppo alto) da pagare per quella coesione che sua nonna aveva cercato di inculcare ai propri figli fino all’ultimo momento, senza riuscirvi, ma con un buon -ed inaspettato- successo sulla generazione successiva.

A parte qualche eccezione, i primi tre degli undici cugini -da parte di madre- erano cresciuti riservati e schivi, se pur accomunati da quel senso di generosità che la nonna aveva predicato con dedizione. Ed M. era la prima, la prima in assoluto: e come tale la più esagerata. Quand’era giovane, era tutto diverso: altre volte M. aveva vissuto con se stessa e con le sue passioni, e quelle le erano sempre bastate. Ma adesso, non era più così.  

teardrop.

Dieci i giorni che M. aveva dovuto aspettare per riuscire a scaricare Left of the Dial. 

Due i giorni che le c’erano voluti per levarsi di dosso quella puzza di morto.

Passeggiando -o meglio saltellando- lungo un immaginario sentiero di mattoncini dorati (ecco come la fantasia può lavorare sui sampietrini), un giovedì all’ora di pranzo M. aveva sentito V. esprimere il desiderio di vedere Coppedè di giorno, e lì aveva ascoltato A. raccontarle di quel suo amico che s’era convinto che in ogni casa, in ogni giardino, in ogni cortile, fosse possibile trovare un senso -evidentemente fortuito- di horror vacui.

Come altre volte in passato, M. aveva tratto ispirazione dalle cose dette da A.: in realtà si trattava di una palese opera di copiatura, cosa che A. probabilmente intuiva perfettamente, e di cui M. era ancor più consapevole, nonostante si maledicesse per non avere lo stesso estro del suo amico si compiaceva, al tempo stesso -e con un mezzo sorrisetto, di averle tradotte in qualcosa di geniale. Che poi manco tanto: in effetti M. si era permessa una notevole distorsione dal senso originario dell’idea, che le era bastata in quel pomeriggio per impazzire, estasiarsi mentre, contenta come una bambina, additava qualunque cosa sinistra le capitasse sott’occhio -perfino un vecchietto passeggiante che somigliasse vagamente ad Andreotti- come “Horror Vacui”.

Con questo spinno nel cervello, M. era tornata negli stessi posti il giorno dopo, da sola. E di sera, perchè A. e V. le avevano detto che di sera l’atmosfera si faceva darioargentesca (ammesso che si dica così). E nemmeno di sera e basta, M. c’era tornata di sera sotto un cielo completamente plumbeo, di quelli che minacciavano di venire giù da un momento all’altro, e senza occhiali, così avrebbe potuto suggestionarsi ancora di più.

Come si fa a far l’amore con un posto? M. non lo sapeva. Eppure era pienamente sicura di ciò che aveva provato quella sera a Coppedè. Se non fosse che aveva la certezza di non avere ingerito nulla di nulla, M. avrebbe giurato di sentirsi come quando era completamente ubriaca, o come immaginava si sentisse qualcuno completamente fatto. Coppedè. Manco lo si poteva chiamare quartiere. Dieci edifici, quattro attorno alla piazza con la fontana delle Rane. Quella sera M. (senza occhiali), svoltando l’angolo di piazza Buenos Aires con via Tagliamento per poco non ci rimaneva: perchè guardava in su e stava praticamente andando ad abbracciare una macchina in corsa, mica per altro. Era incantata alla vista di quel mostro, del quale in altezza non riusciva a distinguere la fine. E suggestionata dalle ombre che sulla sua facciata si disegnavano per effetto della luce gialla. E’ stato allora -credo- che ha cominciato a vedere in bianco e nero. Complice la stagione, M. stava scoprendo che la città eterna può avere una vena orrorifica niente male. 

Oltrepassato l’arco, M. aveva cominciato a scattare. Era ancora ferma ai colori, ma la preoccupazione che il giallo potesse sembrare rosso per via dell’esposizione era completamente offuscata dalle cose che vedeva, e dal tiro che il suo ipod ormai nuovamente funzionante le stava giocando restituendole Teardrop del Massive Attack. Come si fa a fare l’amore con un posto? M. sorrideva come un’idiota fermandosi ad osservare per ore l’effetto ottico dei rami di un albero spoglio controluce, facendo fuori un pacchetto di Davidoff. Sospesa. Completamente sospesa a guardare, la mente svuotata da qualunque pensiero. Avrebbe voluto scattare con un battito di ciglia. Non aveva la minima idea di quello che le stava succedendo. E non c’era un’anima in giro. Per un attimo il suo cervello le fece lo scherzo di ricordarle l’ambientazione di Metropolis, o la Manderley di Rebecca. 

M. era tornata a casa con un bottino di trentasei foto, assolutamente pessime da un punto di vista tecnico, sottoesposte, sgranate, ma perfette per il suo scopo. Dopo un paio d’ore di delirio totale, aveva cominciato a leggere della Porta Alchemica. A piedi da via Vittorio Veneto a piazza Vittorio Emanuele M. ci sarebbe arrivata solo dopo aver visitato il cimitero dei Cappuccini. Lì doveva avere decisamente fatto un’ottima impressione alla guida che, nella preghiera di poter fotografare almeno un teschio, un teschietto piccolo piccolo, le avrebbe dato il numero della sovrintendenza dei Beni Culturali per ottenere un permesso per scattare tutte le foto che voleva per quaranta minuti dopo l’orario di chiusura.

La Porta Alchemica, che sarebbe rimasta comunque troppo lontana, perchè celata dietro una grata di ferro battuto, era custodita dai gatti. Decine di gatti che la seguivano con lo sguardo nel suo tentativo di scattare da dietro le sbarre, accovacciati dinanzi al luogo sul quale -si dice- si trovasse incisa l’iscrizione della formula sciorinata da un misterioso Pellegrino che aveva ottenuto ospitalità a villa Palombara con la promessa di tramutare in oro il liquido che il marchese faceva ribollire in un crogiuolo, per scomparire nel nulla il giorno successivo. Quod est inferius est sicut quod est superius, et quod est superius est sicut quod est inferius, ad perpetranda miracola rei unius. E M. si sentiva nuovamente sopra e sotto, sotto e sopra e a metà, mentre nella sua testa e nelle sue orecchie continuava a girare un trentatrè giri immaginario e frusciante, che l’avrebbe accompagnata per tutto il suo percorso.

Tempo di cambiamenti, M. si trovava per la seconda volta nella sua vita, a guardare dentro quell’abisso nel quale il buon Nietzsche avrebbe voluto lei avesse gettato un mazzo di rose, come ringraziamento al mostro che non era ancora riuscito ad inghiottirla.