un finto noir. (reprise)
Il Cazzo.
Era più o meno questo quello che lei stava pensando in quel momento. Era la risposta giusta da dare, la soluzione universale ai problemi del mondo. Il Cazzo.
La roba, per esempio, non era facile piazzarla manco per il cazzo. Da mesi era ferma sempre nello stesso posto, un miracolo che fosse riuscita a mantenere il silenzio sulla cosa per così lungo tempo. Il problema, adesso, era che Jane stava ancora seduta su una chilata di merce senza che a nessuno venisse minimamente in mente un modo e una maniera pè levassela dai coglioni.
Il primo passaggio era stato il taglio. Errore madornale: affidato alle sorelle, alla più grande, e chi glielo doveva da dì che l’operazione poteva essere così pericolosa.
-Con cosa la tagliamo?- era stata la domanda: acido acetilsalicilico, la risposta. Cazzo, appunto. Ma come, con tutte le soluzioni che si potevano trovare, il genio del male la voleva taglià con l’aspirina. Ma dico, siamo impazziti?
-E che cce vò, una via e due servizi. Metti, poi, che gliè fai pure ‘npiacere a sti tossici demmerda, gliè fai passà il mal di testa e il bruciore di stomaco.-
La febbre, le era salita la febbre. E pure aveva mandato quell’altra a comprare l’acido e aveva dato il via all’operazione. Aveva osservato la cucina riempirsi lentamente di bilancini, centrifughe, un mortaio e un distillatore di fortuna costruito dalla più piccola, che a studiare ingegneria meccanica proprio non vedeva l’ora di mostrare la sua abilità nella costruzione di pompe e affini; in realtà la piccoletta ce sapeva fà: aveva fatto il botto, una mattina, irrompendo nella stanza di Jane mentre sventolava euforica il progetto di una camera di combustione. Lei, a quei tempi ancora nei bassi ranghi, ovviamente alla prima ‘n c’aveva capito ‘ncazzo, si era limitata ad aprire la bocca in uno sbadiglio, stropicciarsi gli occhi e girarsi nel letto. Un secondo dopo, le sinapsi avevano registrato un impulso elettrico. Camera di combustione, il grande capo, il vecchio capannone a Testaccio. Tombola. Era saltata giù dal letto, aveva ficcato la piccoletta con forza nella doccia, s’era lavata i denti e vestita, lei l’aveva fatta acchittà e l’aveva portata dal grande capo in persona. Cosa fatta, capo a: la camera di combustione era diventata come lo Stargate, e quando la piccola l’aveva osservata con sguardo interrogativo, la sua bocca s’era piegata in un certo sorriso nello spiegarle che quelli che attraversavano il suo Stargate difficilmente riuscivano a tornare indietro. La piccina era inorridita per qualche secondo appena, le aveva preso le mani e s’era fatta abbracciare, per poi tornare saltellante nella sua stanza come se niente fosse, lasciandola senza parole in piedi nella cucina, le braccia lunghe lunghe sui fianchi. Il prezzo della genialità, s’era detta Jane. E una buona dose d’ingenuità, affatto imputabile all’età. La piccoletta era più grande di lei di un paio d’anni, ma era come se vivesse in un mondo tutto suo, fatto di espressioni adulte solo nell’occasione giusta, e di beata tranquillità per tutto il resto delle cose.
Adesso, Jane la guardava distillare l’acido per il taglio. Era come stare a guardare una bambina in un negozio di giocattoli. Faceva tenerezza, eppure Jane era colpita dall’estrema concentrazione con la quale gestiva la cosa. Vista dalla porta della cucina, quella scena poteva sembrare un quadro: la polvere si sollevava nell’aria assieme al caldo e ai fumi dell’acido distillato; la lampadina lasciava luci a bassa frequenza, l’atmosfera era quasi rassicurante. E le sorelle parlavano del più e del meno, come se stessero facendo la cosa più normale del mondo.
In quei giorni le cose scivolavano via leggere, la questione più preoccupante -ammesso che fosse tale- era cercare di tenerne a parte l’altra ragazza, quella della stanzetta vicino alla porta. Una santarellina, una rompicoglioni di rare proporzioni, quella che alla domenica mattina passava pezzi di ore fuori dalla porta della sua stanza, indecisa se bussare o meno, mentre te sei nel pieno del sonno, e che quando si decideva sfiorava appena il legno con le nocche bianche nel timore di svegliarla. E Jane, che viveva di notti insonni e di un sonno leggero, le apriva la porta ogni domenica alle nove, per sentirsi ripetere sempre lo stesso invito:
-Una buona giornata a te. Ti va di venire a Messa?-
-(Cristo) Sono in pigiama, ti ringrazio.-
-Il Signore cammina con noi.-
-Semmai ti raggiungo dopo.-
Era così pura. E divideva la casa con una spacciatrice e le sue due pedine. Cazzo.
Jane si sentiva immensamente in colpa per questa cosa. Non era tanto il fatto di doverle nascondere la verità, ma la questione della convivenza che non la faceva dormire. Si trattava di spazi vitali, e ogni volta che la incontrava davanti al bagno lei si sentiva in colpa, cazzo, come se il suo tocco potesse inquinare tutto quello che l’altra avesse toccato.
Così, il servizio era stato fatto in un weekend franco. Lei era tornata a casa, Jane aveva piazzato la roba sul tavolo, le sorelle s’erano rimboccate le maniche.
L’idea dell’acido era stata formidabile per i primi tre giorni. Quelli in cui la porti in giro e la offri a quelli del giro. Che la prendevano per roba di alta qualità. Il che, in linea di massima, non era manco troppo sbagliato. Era na chilata de gallette seria, in fondo.
Fatti gli accordi, Jane se la trovava praticamente tutta piazzata. Quella sera era passata in pasticceria e aveva ordinato una torta, senza lattosio, l’aveva portata a casa, e l’avevano mangiata tutte e quattro.
La santarellina le aveva chiesto cosa si festeggiasse. Lei aveva risposto solo che gli voleva bene; l’avevano mangiato tutto, il millefoglie; erano salite in terrazza, e avevano aspettato l’eclissi. Avevano giocato a carte, Jane aveva fatto vincere le ultime quattro partite alla santarella, erano ridiscese ed andate a nanna. Dopo mesi di notti insonni, lei aveva dormito cristianamente.
Il giorno dopo, alle nove del mattino, era squillato il telefono.
Uno squillo, due squilli, tre squilli, niente. Si era alzata lei, aveva sollevato la cornetta praticamente in coma, e il sangue le si era gelato nelle vene. Le altre l’avrebbero sentita imprecare qualche secondo dopo.
-Cosa succede?-
Jane aveva spinto la santarellina nella sua stanzetta vicino alla porta, girando la chiave nella porta e continuando a ignorare le grida di spiegazione di lei. Alle altre avrebbe detto di inventare una scusa, impacchettare qualche cosa e andarsene a stare da n’amica.
Il pomeriggio del giorno precedente, aveva lasciato un “regalino” al figlio del gran capo, che se l’era calato tutto prima di una cena di famiglia: lì, mentre rivelava incredulo allo zio di come il mal di stomaco fosse completamente e miracolosamente scomparso, era stramazzato per terra.
Il resto l’avevano fatto un paio di usignoli.
Il capo l’aveva mandata a prendere.
Jane le aveva salutate in fretta. La piccola e la santarella c’avevano le lacrime agli occhi. Le aveva abbracciate, e aveva detto loro che sarebbe andato tutto bene. Le aveva viste entrare nel taxi dal balcone del sesto piano.
Dopodichè, aveva preso una valigia e c’aveva buttato dentro tutta la roba. Aveva sistemato una sedia in mezzo al corridoio, a un metro dalla porta, e sotto la sedia aveva messo la valigia.
Adesso, aspettava, seduta. Il ferro in mano.
Nel giro di dieci minuti s’era aperta la porta. Di fronte a lei, un uomo alto e slanciato, con le mani nelle tasche di un completo beige.
-Dobbiamo parlare.- le aveva detto. Lei non lo aveva mai visto.
-Seduta. Io sono C.-



